Non tardano ad arrivare le prime reazioni del mondo manifatturiero italiano ai dazi imposti dal presidente Trump: tra i primi a prendere posizione ci sono Cna, Confindustria Toscana Nord e Confindustria Moda.
“Siamo preoccupati – scrive Cna – per artigiani, micro e piccole imprese italiane. Le nostre esportazioni verso gli Usa valgono 67 miliardi ma sono tutti i prodotti simbolo del Made in Italy, compresa la moda, a rischiare grosso. Auspichiamo che questa prova muscolare dell’amministrazione americana sia finalizzata a ridiscutere i rapporti commerciali tra Usa ed Europa prima che il braccio di ferro possa danneggiare violentemente i sistemi economici delle due aree. Speriamo perciò in una rapida mossa del governo italiano nell’ambito della sua autonoma ‘business diplomacy’ nonché in una maggiore ragionevolezza del presidente Trump e del suo staff”.
“Se invece la prova di forza di Washington dovesse proseguire – continua la nota – l’Unione europea dovrebbe agire in maniera coesa nei confronti degli Stati Uniti aprendo una nuova stagione negoziale ma tenendo ben presente l’irrigidimento degli Usa verso l’Europa. Nel frattempo, la sfida è quella di cercare nuovi mercati”.
Già pronta anche uan prima analisi di Confindustria Toscana Nord, che negli USA esporta l’% del valore totale: “Per l’area Lucca-Pistoia-Prato – dice il presidente Daniele Matteini – le esportazioni valgono 700 milioni di euro, il 40% è rappresentato dalla meccanica (macchine, apparecchi, mezzi di trasporto) e il 23% dalla moda (abbigliamento, calzature, prodotti tessili). Gli effetti dei dazi potrebbero farsi sentire in maniera significativa e il rischio più serio è di una vera e propria strozzatura degli scambi internazionali, alimentata anche dai dazi che verranno stabiliti dagli altri paesi in un’ottica di reciprocità. Certi meccanismi impattano non solo in maniera diretta sul consumatore finale e sulla domanda di prodotti, ma sulle intere catene di produzione, incluse quelle statunitensi. I dazi sui semilavorati e sulle materie prime, in particolare, vanno a danneggiare le produzioni del paese importatore: qualche voce di organizzazioni di produttori americani si è già levata per evidenziare i pericoli del nuovo regime daziario.
Le norme in materia commerciale dovrebbero favorire gli scambi, non ostacolarli. La crescita dell’economia mondiale è favorita da una circolazione delle merci libera e rispettosa delle regole del commercio internazionale, senza barriere tariffarie che limitino e distorcano i flussi. Quanto stanno facendo gli USA non è costruttivo dal punto di vista economico: al contrario, rischia di essere gravemente deleterio per tutti, inclusi gli stessi USA”.
Anche il presidente di Confindustria Moda Sergio Tamborini teme per la filiera nel suo complesso: “La moda è chiamata a ridisegnare rotte e approvvigionamenti. Per come è strutturata la filiera preoccupano le conseguenze dirette dei dazi in termini di mancati ricavi e soprattutto l’impatto delle misure sulle fasi produttive e distributive, a partire dall’approvvigionamento delle materie prime e nella confezione dei capi. Le aziende e i brand si trovano a far fronte a un’ennesima sfida: ritoccare ulteriormente i listini o scegliere nuove destinazioni per la produzione e il commercio. Confindustria Moda è al lavoro con le istituzioni, ma nel delineare la politica protezionistica dell’Europa saranno fondamentali anche le soluzioni di Bruxelles”.
L’interscambio di Tessile-Abbigliamento dall’Italia agli Stati Uniti da gennaio a dicembre 2024 è stato pari a 2,8 miliardi di euro, in flessione dello 0,7% rispetto al 2023. L’America è quindi il terzo mercato di sbocco con un’incidenza del 7,4% sul totale del Tessile-Abbigliamento esportato con una predominanza del comparto dell’Abbigliamento con 2,3 miliardi di euro. I settori che hanno performato meglio sono stati la filatura serica, il tessile casa e la calzetteria.